mercoledì, 18 ottobre 2006
Ed invece che parlarvi di Finanziaria (cosa che spero di fare a breve), vi beccate questo post che avevo da tempo partorito ma che non avevo mai pubblicato... scusate ma sono un po' impegnato al momento!

Il Project Finance rientre nelle forme di concertazione Stato-privati. Si tratta di una sorta di contratto tra Stato e privati con il quale l'amminstrazione dà l'onere della costruzione di infrastrutture, di fornitura di servizi,... alle aziende private le quali possono remunerare i loro costi di fornitura, di costruzione attraverso la gestione dell'opera da parte del finanziatore privato per una durata prestabilita. Attraverso contratti di Project Finance si possono costruire innumerevoli cose che normalmente rientrano nella competenza amministrativi; rientra dunque nel processo di alleggerimento della pubblica amministrazione italiana, organismo molto burocraticizzato e per questo anche molto oneroso per lo Stato, conseguentemente per i contribuenti. Il PF ha preso molto piede in altri Stati qualila Gran Bretagna (attraverso il PPP o il PPF), ma che in Italia stenta a decollare per diverse ragioni:

1. Scarsità di norme che regolano questo tipo di contratto

2. Mentalità ancora asservita al solito bando amministrativo

3. Sbilanciamento delle norme a favore della pubblica amministrazione



Prima di passare all'esamina dei vari punti, è opportuno analizzare molto brevemente i passaggi di un PF. Esistono due procedure per un PF: secondo l'ex art. 19; secondo l'ex art. 37. I due si accomunano per alcuni passaggi comuni: dovendo fornire strutture d'interesse della collettività (questo è lo scopo principale dell'amministrazione) la parte pubblica in questione deve procedere all'individuazione deidesiderata che consentono di non creare infrastrutture inutili (non usate dagli utenti) e in quanto tale non redditizie per i privati che l'avranno in gestione. Per quanto riguarda le aziende in mano privata (spesso sono più di una per una maggiore ripartizione dei rischi e perché spesso i progetti sono di grandi dimensioni ed hanno dunque bisogno di molti finanziatori), esse formano un raggruppamento temporaneo d'impresa nel SPV, società di veicolo con il compito di elaborare la definizione del progetto (costi, future remunerazioni, rischi,...), di finanziare direttamente il progetto in fase di costruzione (per questo in fase inizialela SPV è in perdita) e successivamente ha il compito di gestire l'opera; solo all'avvio della gestione la SPV inizierà ad aver entrate con cui estinguere i propri debiti con banche, obbligazioni,... La differenza principale tra le due procedure risiede nella fase iniziale di definizione del progetto; l'art 37 prevede che tutti i documenti prima dell'avvio della costruzione siano preddisposti dal privato (documenti tecnici, dei possibili rischi,...) ed in quanto tale, se il progetto non andrà a buon fine, rientreranno nei costi non recuperabili del privato (spese per consulenze tecniche, per sopraluoghi,...). Con questo meccanismo, è però possibile maggiore cooperazione tra pubblico e privato, in quanto il progetto deve essere approvato dall'amministrazione che quindi può intervenire attivamente e correggere eventuali errori. Altro vantaggio risiede nel fatto che l'amministrazione spesso manca di personale tecnico nei suoi uffici ed è molto renittente a chiamare consulenze esterne, facendo sì che la definizione del progetto non sia adeguata. Seguendo la procedura dell'art 19, le fasi iniziali sono a carico dell'amministrazione, che però "impone" il progetto al privato, che può sì rifiutarlo, ma può intervenire in maniera molto limitata su di esso per apportare migliorie o correggere eventuali errori o mancanze. Il vantaggio è che la maggior parte dei costi grava sull'amministrazione, ma sono meno presente forme di concertazione. Forse per questa ragione la maggior parte dei bandi di PF, che seguono l'art 19, non sono accettati dai privati, che non possono intervenire, anche se questa procedura rimane la più usata; mentre sono molti di più i PF che terminano a buon fine secondo l'art 37. Elemento fondamentale nel PF è l'analisi del rischio del progetto in quanto determina la fattibilità dell'opera. Una definizione del rischio univoca non esiste, esso va affrontato volta per volta con schemi diversi in quanto il peso che il privato attribuisce alla possibilità di rischio è soggettivo ed altrettanto soggettivo è la probabilità del rischio. In ogni modo ci sono aziende specializzate (per esmpio Area Group) che si occupano della fase di preparazione dell'opera e di conseguenza alla fase di analisi e quantificazione matematica del rischio. Ad ogni modo questa fase è forse la fase principale dell'opera in quanto, attraverso questa analisi, si determina la fattibilità del progetto di finanza. Se il privato è disposto, vista l'allocazione dei rischi, a sopportare questo investimento si può procedere. Questa analisi pressuppone anche l'allocazione dei rischi, tra privati e tra privati ed amministrazione; è necessario che ad ogni parte sia allocata la massima "quantità" di rischio che egli è disposto a sopportare in vista del futuro guadagno. Una cattiva definizione ed allocazione del rischio determina la non riuscita del PF o aumenti di spese. Una definizione del rischio superiore determina tassi più alti imposti da banche e agenzie di rating; una definizione inferiore fa sì che se emerge un rischio non previsto, si possono incorrere in perdite per i privati o in spese maggiori; una cattiva allocazione del rischio fa sì che alcuni privati possono non accettare perché vedono il rischio superiore ai futuri profitti. Terminata la costruzione, il privato potarà gestire l'opera per una durata prestabilita dal contratto e potrà quindi remunerare il capitale investito o, in caso de definizione del progetto errata, incorrerà in perdite.ù

Ora si può passare al perché in Italia, sia usato in modo minore rispetto alle altre nazioni e perché negli ultimi anni si ha avuto una diminuzione degli incarichi.

1. Le norme in merito sono carenti, le due procedure sono stabilite in leggi ma non sono sufficienti; sono necessarie meggiori garanzie per il privato che può ottenere fissando chiaramente procedure, ripartizione di competenze tra parte pubblica e privata.

2. La mentalità da ambo le parti, è ancora rivolta verso un bando tradizionale, dove l'amministrazione impone ciò di cui ha bisogno senza interventi attivi dal privato, che esegue alla lettera ciò per cui ha imposto un prezzo vincendo il bando. Questo è altamente lesivo nei PF, in quanto è necessaria un'azione attiva e comune delle due parti in causa per far sì che non ci siano errori o carenze che minano alla base la fattibilità e redditività del progetto (per questo rientra nella categoria di concertazione pubblico-privato). Inoltre per il privato è sempre difficile trattare con pubbliche amministrazioni, in quanto sono necessari una serie di competenze di diritto amministrativo per far sì che l'iter non sia viziato e quindi nullo; quindi già è difficile per i bandi tradizionali, figurarsi per quelli innovativi.

3. Le norme sono ancora sbilanciate a favore dell'amministrazione che non rischi pressoché nulla. Se il progetto non sarà redditizio per i privati l'amministrazione, al termine del mandato di gestione, si prenderà l'opera e deciderà se continuare con la gestione o se chiuderla. La legge non prevede dilazioni di tempi o forme di assicurazione, se non per danni durante la costruzione per cause naturali.

Il governo attuale deve prendere in considerazione questa forma di contratto in quanto crea infrastrutture utili per la comunità senza appesantire sia da un punto di vista finanziario, sia da un punto di vista di gestione l'amministrazione, già inefficiente; la gestione privata, si sà, evita sperperi di denaro perché comportano minor utile e talvolta perdite nelle aziende che sarebbero quindi fagocitate dal mercato. Dunque è possibile ammodernare il paese, lo sviluppo ed il rilancio dell'economia passano attraverso la costruzione di infrastrutture intelligenti (non un ponte megalomane che potrebbe essere utilizzato solo un tot di giorni all'anno). Bisogna creare nuove norme che disciplinino questa procedura e bisogna dare maggiori garanzie al privato che è l'unico che realmente rischia ("Lo Stato non è un buon imprenditore perché non rischia mai e quindi deve limitarsi a supervisionare"). La frammentazione del ministero delle infrastrutture e dei trasporti non aiuterà certo in questa direzione (aumentando i costi di gestione e aumentando l'inefficienza causa conflitto di competenze) ma il governo non deve mettere in secondo piano questo aspetto findamentale per la nostra economia.

Bibliografia: Renzo Baccolini e Dario Baldini, "Il project Finance in Italia" (Il Mulino).

 

Lenz
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venerdì, 08 settembre 2006

Così titolava sabato 2 settembre un paragrafo sul Corriere della Sera. Stiamo attraversando un momento favorevole, grazie all’aumento dell’export, dovuto al miglioramento di tutti i paesi di Eurolandia; sono previsti un paio d’anni rosei, e se “gli economisti, i più bravi, prevedono sempre quattro delle ultime due crisi”, perché non dovrebbero “azzeccarci” anche quando si tratta di ripresa?! “Adesso o mai più” bisogna rientrare nel 3% del debito pubblico; “Adesso o mai più” occorrono scelte coraggiose, riforme volte a migliorare ciò che in Italia funziona male (pubblica amministrazione in primis). Dunque urge che l’esecutivo riesca a superare la dura prova della finanziaria e urge che la maggioranza rimanga unita vista la situazione politica che la legge elettorale precedente ci ha consegnato. Niente sarebbe più deleterio di una caduta dell’esecutivo, sia per l’Italia in quanto nazione, c’è il rischio che un nuovo esecutivo perda le buone linee direttive che questo governo ha dato; sia per l’immagine dell’Italia all’estero, ora accresciuta grazie alla nuovo e più intelligente politica estera, e le agenzie di rating potrebbero rendere reali le minacce di declassamento del nostro paese nelle loro scale con un aumento della già esorbitante spesa pubblica.

Aumento delle entrate, leggera diminuzione delle spese (grazie alla Finanziaria del 2006 dell’On. Tremonti), crescita della produzione: quale situazione migliore per procedere al risanamento dei conti? Bisogna aspettare che le entrate ricalino causa blocco della macchina produttiva? Oppure perché non aspettare la diminuzione (che sembra vicina) dell’esportazioni italiane verso gli States causa svalutazione bolla immobiliare su cui i consumi statunitensi poggiano? E dove reperire dopo le risorse per pagare coloro che vanno in pensione allegramente da giovini e campano fin’oltre i cento? Così ecco fioccare le proposte di “spalmare” la Finanziaria in due anni, “vietato licenziare dipendenti pubblici parassitari ed improduttivi”, “Proibito alzare l’età pensionabile”. Tempi bui si prospettano all’orizzonte, la parte più moderata della sinistra deve scendere a compromessi con quella più radicale, che insiste cocciutamente con una demagogia obsoleta atta solo a aumentare il loro consenso, senza prendere in considerazione il bene collettivo. Si spiega così la necessità di mediazione del buon TPS, che benché tecnico, ha capito che in politica urge consenso; la diminuzione di 5 miliardi della manovra e la difficoltà ad alzare di due anni il traguardo agognato del riposo (magari dopo non aver fatto un “cazzo” negli uffici pubblici per svariate decine d’anni) rientra in questa ottica. Ma subito dall’opposizione arrivano critiche, che ovviamente non contano tutte le volte che il Cavalier errante ha dovuto mediare (l’aver evitato il tema delle liberalizzazioni è servito a mantenere il bacino di voti dell’UDC e di AN). Che la soluzione a tutti i mali sia un governo tecnico? Non è un’idea stupida a mio giudizio, un governo che, sapendo che non dovrà essere rieletto, operi nell’interesse comune, un po’ come a mio giudizio sta facendo il ministro dell’economia ed il suo staff.

Come se non bastasse lobbies, lobbies e lobbies, forse la più grande palla al piede dell’Italia, in primis: i sindacati. Per l’amor del cielo, Dio mi guardi dallo sfigurare l’importanza delle parti sociali, meritevoli di aver tutelato lavoratori da ingiusti licenziamenti e di aver ottenuto condizioni migliori per coloro che lavorano schiena gobba, pena licenziamento. Un azienda privata, però, non può certo mantenere lavoratori improduttivi,  sennò le sue merci saranno ad un prezzo maggiore e con minore qualità e l’azienda sarà battuta dalla concorrenza. Ma il settore pubblico, perdonatemi, non funziona così; si trova in una posizione di monopolio e se devi aprire ad esempio un’azienda, devi comunque rivolgerti a loro senza possibilità di scelta. Quindi la proposta di Pietro Ichino sul Corriere del 24 e 29 agosto, mi sembra tutt’altro che provocatoria, bensì sensata. Inoltre lo stesso Ichino non può essere accusato di essere di destra, ma al massimo di avere molto buon senso (accusa che a molti altri è impossibile rivolgere). Peraltro come mi scriveva il caro Bebo, pochi giorni or sono, Alain Touraine ha scritto un articolo interessante su Repubblica in cui asserisce, guardando l’Italia, che “partiti e sindacati, motori del cambiamento del dopoguerra, sembrano aver esaurito la loro funzione”; e detto da un socialista deve far riflettere.

La produttività rimane ancora uno dei fattori più carenti del nostro paese; regredisce mentre gli altri continuano al ritmo del 2/3%. Ci troviamo come se cercassimo di superare un’altra macchina col freno a mano tirato. Qui entra in gioco la politica economica, che come giustamente sosteneva Tremonti in un’intervista nel Corriere sempre il 2 settembre, non influenza ma soprattutto non deve influenzare l’economia, semmai il contrario (una Finanziaria non può essere pesante in un momento di stallo, sennò si blocca del tutto la macchina produttiva e si rischia la regressione). La politica economica deve dare incentivi, ora che le cose vanno un po’ meglio, affinché le aziende si operino per aumentare la loro produttività, con nuove tecnologie, o con un costo del lavoro inferiore.

Rimangono sordi ai consigli di tecnici molto esperti, quali quelli della BCE e del FMI ben lungi dal voler favorire questa o quell’altra parte politica (peraltro all’interno del governo si trovano “amici di vecchia data” quali Prodi e Padoa-Schioppa); tecnici che non sono certo lì per raccomandazioni o bustarelle (come spesso accade da noi). Per questo urgono riforme strutturali che permettano maggiore meritocrazia nell’accesso alle cariche pubbliche, in modo da selezionare i più capaci, e minore spinte di tipo lobbistico che sviano dall’interesse della collettività. Dunque le critiche di Prodi a Bruxelles per aver avuto atteggiamenti più favorevoli a Francia e Germania, mi sembrano infondate. Suvvia Prof, un po’ di onestà intellettuale nel dire: “sì, dobbiamo venire a patti con parte del nostro schieramento, ma l’obbietto di rientro nella soglia del 3% rimane”; anche perché sennò rischiamo pesanti sanzioni non solo monetarie da Standard & Poor e UE, ma anche dal mercato globale che invece si sta preparando molto meglio alle sfide della globalizzazione e ad un eventuale ed auspicato Doha Round. Sembra che si stia delineando un “europeismo ad intermittenza” come definiva Sergio Romano (un altro non certo di destra) in un editoriale del Corriere: una sorta di due Europe: una buona che ci apprezza (vedi i complimenti ricevuti per l’impegno in Libano), ed una cattiva, arcigna che “ingiustamente” ci critica. Caro Prodi, l’Europa è una e siamo tutti passeggeri della stessa barca e nessuno può remare ad un ritmo diverso dagli altri.

 

P.S. Ferrero ricordava quando Damiano, sindacalista, aveva permesso la cassa integrazione (lavoravano alla Omnibus, La7) che aveva colpito il ministro di Rifondazione. La cosa non è comica?!? Ritrovarsi dopo anni colleghi, e ritrovarsi di nuovo a discutere!

P.P.S. E che nessuno mi accusi di “nuovismo”… anzi accusatemi pure… tanto io non mi offendo; anzi lo prendo come un complimento!

 

Lenz
DottLenz ha partorito alle 23:21 | linka questo parto | commenti (5)
martedì, 05 settembre 2006

E’ un D’Alema energico e molto sarcastico quello di ieri sera alla festa dell’unità di Bologna, intervistato da Ezio Mauro; spazia in tutti i campi più attuali, dalla politica estera, di sua competenza, al conflitto d’interessi. Come era prevedibile il dibattito s’è sviluppato in gran parte sul tema della situazione dei rapporti internazionali; ma com’era meno prevedibile, Mauro l’ha introdotto con un piccolo discorso sui primi cento giorni del governo, liquidato con un molto emblematico: “Il governo non è diviso”. Detta così sembra molto comica visto anche le recenti divisioni nella stesura della Finanziaria 2007, ma s’è “salvato in corner” con il richiamo ad un momento difficile della maggioranza. Per fortuna che le idee di fondo non mancano, come la necessità di una finanziaria rigorosa per far ripartire il motore imballato dell’economia italiana.

E’ un D’Alema che critica aspramente la politica estera neocon dei falchi della Casa Bianca che hanno influenzato Bush, una politica unilaterale che altro non ha portato se non all’ulteriore destabilizzazione della zona. Afferma la necessità di sconfiggere il terrorismo non con altra forza, bensì con la cultura, isolandolo e successivamente debellandolo con Onu, Europa unita e coalizione di arabi.  Sostiene fortemente la tesi secondo cui gli americani al momento avrebbero maggiore bisogno di un Europa unita per uscire dalla situazione complicata in cui si sono cacciati e per risistemare la polveriera mediorientale. Ma per far questo non bisogna sostenere un antiamericanismo cieco tipico di alcuni ambiente della sinistra radicale: “Per mettere a posto gli errori statunitensi, c’è bisogno degli Stati Uniti”; tanto per ribadire il carattere indispensabile della nazione più potente al mondo. E così riprende il filo, per spiegare il perché siamo riusciti a ritirarsi dall’Iraq senza suscitare troppe discordie (cosa che il centro-destra riteneva impossibile) spiegando come questa scelta non fosse un rottura, bensì una ridefinizione per cambiare politica, approdare al multilateralismo con cui debellare il terrorismo. “Siamo stati messi alla prova dagli USA in questa nuova politica, che ci hanno chiesto di organizzare una Conferenza con tutte le nazioni più grandi inclusi i paesi arabi, e noi ci siamo riusciti”. Dopodichè il ministro passa al Libano, partendo un po’ da lontano, dallo sfaldamento europeo fronte alla guerra in Iraq, tra atteggiamenti subalterni verso gli USA ed un antiamericanismo sfrenato. Questo è superato grazie alla crisi libanese con il ritorno ad un’Europa unita che sia in grado di influenzare in parte la politica estera statunitense. Stesso discorso vale anche per la questione israeliana vista dal ministro come cruciale; infatti l’esistenza del c.d. “avamposto occidentale” dà legittimità al fondamentalismo che pone come obbiettivo il contrasto con l’occidente ed il rifiuto dei nostri valori. Così compito dell’Onu e dell’Europa, è quello di garantire la pace di Israele, combattendo i suoi nemici più bellicosi non armando ulteriormente Israele, bensì culturalmente, togliendogli così ogni legittimità. “Con gli arsenali si alimenta l’odio, ed i bambini libanesi uccisi, sono una sconfitta per Israele perché aumentano il consenso e l’appeal del fondamentalismo”. Quindi la strategia di Cespuglio è fallita non in quanto ideale, l’esportazione della democrazia come modello per garantire maggiore benessere e maggiori libertà, bensì nel modo con le armi invece che con la cultura. Lo stesso discorso vale per Hezbollah e Hamas, che non possono essere considerati alla stregua di Al Qaeda, gruppo di terroristi fomentatori d’odio (e lo stesso ministro vuole eliminarli), altrimenti si fa il gioco della minoranza che spinge per l’azione armata. Questi sono movimenti di massa, con componenti politiche, ruolo dell’Europa è farli diventare partiti legali, ed emarginare la componente più bellicosa al suo interno. La strategia finora usata (combatterli con le armi) non ha fatto altro che aumentare il loro consenso, mentre un dialogo con questi sarebbe molto più costruttivo affiancando ovviamente la solita fermezza nel rifiuto della violenza. Oltre alla classica citazione dell’IRA e dell’ETA, D’Alema ha voluto fare un esempio chiaro di come le BR sono state debellate in Italia: a fronte della condanna della violenza, l’Italia è riuscita a convincere e delegittimare il movimento dialogando con coloro per i quali le BR combattevano (studenti, operai). Il discorso s’è poi spostato all’Iran, dove D’Alema ha replicato la necessità di unione nell’Europa ed ha spiegato di essere per l’applicazione della Risoluzione Onu 1696; per cui tenterà per vie politiche di convincere il Presidente iraniano a permettere gli ispettori Aiea di verificare gli scopi pacifici del nucleare di Teheran, in caso contrario, le decisioni saranno prese dal Consiglio di Sicurezza. Ha spiegato inoltre come non ci si debba meravigliare dell’atteggiamento di Ahmadinejad; per decenni e tuttora s’è permesso alle nazioni vicine il nucleare (Israele, Pakistan e poco tempo fa l’accordo USA-India per un massiccio programma nucleare), dunque normale che l’Iran si senta minacciato.

Il discorso sulla legge sul conflitto d’interessi è stato abilmente liquidato dal ministro con una battuta: “La destra si lamenta di un testo che ancora non esiste; forse è la parola legge che suscita molta paura”. Ovazione inevitabile.

Preferisco tralasciare le critiche che D’Alema ha rivolto alla conduzione finanziaria del precedente governo, terreno molto minato per raggiungere l’obbiettività e la responsabilizzazione; la cosa che mi ha lasciato perplesso è che a suo giudizio i tagli possibili che speriamo di vedere a breve, sono giustificati dalla cattiva salute delle finanze statali, mentre a mio parere sono riduzioni di spesa che vanno fatte per abbassare il carico fiscale e semplificare la burocrazia. Comunque l’importante è il risultato e su questo D’Alema, almeno a parole, sembra non transigere:

. Pubblico impiego: di tre enti (IMPS, IMPDAP, INAIL) sono possibili semplificarli ad uno con aumenti di efficienza e minori spese. Questo è solo un esempio perché riforme a costo zero con più efficienza e meno spese se ne potrebbero fare svariate.

. Lotta all’evasione: per un sistema più equo; chiaro è che non si può impostare un’intera finanziaria di 30 miliardi di Euro solo su questo.

Inoltre: “è un po’ come quando ci si deve togliere un cerotto, meglio uno strappo secco piuttosto che tirare lentamente”.

Ultimo tema prima della chiusura è stato il Partito Democratico; la posizione comune è che è già a buon punto, non si parte da zero con l’esperienza dell’Ulivo. Ritiene che il problema principale non sia il timore di smarrimento dei valori cattolici da parte della Margherita (cita l’esempio del post PCI, quando tutti temevano una dispersione dei valori della sinistra ed invece non fu così), quanto piuttosto ci sono dei nodi politici da sciogliere, in primis la collocazione del nuovo partito a livello europeo. Qui è già in corso un ampio dibattito con i socialisti europei per creare un nuovo soggetto, sia a livello italiano che europeo, capace di una base più ampia ed inclusiva che riesca ad attrarre diverse componenti della sinistra: socialisti, riformisti e democratici. Dubbia invece la sua posizione sul fatto che le esitazione del PD non siano dovute al tentativo di mantenere gli apparati e la classe dirigente.

In generale D’Alema mi ha sorpreso, forse perché le mie aspettative erano molto basse: contenuti giusti in maggioranza ma soprattutto grande capacità di comunicazione con abilità nell’arte della retorica ed esempi e metafore esaurienti ed efficaci.

 

Lenz
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lunedì, 04 settembre 2006

Ieri sera s’è svolto presso la festa dell’Unità di Bologna un piccolo incontro in materia di liberalizzazioni e concorrenza cui hanno partecipato il Ministro dello Sviluppo Economico Bersani, il Sindaco di Bologna Cofferati, il presidente dell’Assindustria bolognese Maccaferri, il Presidente della Coop Adriatica Stefanini, intervistati da Ramenghi, giornalista de “l’Espresso”. Il discorso è stato molto interessante, tante cose intelligenti sono state dette, soprattutto dal ministro, con la speranza che queste non rimangano solo voci.

Tema centrale sono state proprio le liberalizzazioni, il cui merito spetta in gran parte al ministro presente. Finalmente non s’è parlato della solita, benché importantissima, maggiore concorrenza, diminuzione dei prezzi ,ecc. Il ministro ha impostato il discorso anche da un’ottica di maggiore scelta, nell’apertura dei mercati,  quindi maggiore libertà. Inoltre maggiore giustizia, e l’esempio citato è emblematico: “quando si pensa alla professione dell’avvocato, si pensa alla figura professionale. Ma questo non tiene in considerazione le migliaia di giovani laureati in giurisprudenza, che, non essendo figli di avvocati, non hanno basi per partire. E allora perché non dargli la possibilità di aprire un loro studio e sponsorizzarsi con tariffe più competitive rispetto agli altri per piccole cause (ad esempio un divorzio)”. L’ovazione e la bordata di applausi è stata inevitabile.

Maccaferri con un discorso molto interessante dal punto di vista delle imprese, riporta l’opinione positiva nei confronti del decreto già espressa da Montezemolo inserendo un piccolo excursus per dire che la strada imboccata è buona, ma siamo solo all’inizio. Ha riportato dati interessanti che mostrano come le aziende che possono essere considerate a mercato chiuso sono quelle che hanno ottenuto maggiore crescita e maggiore profitto, ma sono anche quelle che danno meno posti di lavoro, rispetto ad esempio a quelle manifatturiere che invece sopportano la concorrenza internazionale e che hanno visto restringersi i loro profitti in maniera enorme. “Bisogna inoltre limitare la burocrazia che incide in maniera pesante sulla crescita e la competitività delle nostre industrie a livello internazionale”, Deregulation è quindi la parola d’ordine; su questo punto Capezzone, parlamentare della RnP e Presidente della Commissione Attività Produttive presso la Camera, mi sembra stia operando bene cercando di diminuire, con una proposta di legge, da 60 a 7 i giorni necessari per aprire un’azienda nuova tramite meccanismi di silenzio-assenso e tramite controlli ex-post l’apertura.

Interessante ma ormai risaputo il tema dell’intervento di Stefanini in merito alla riduzione dei prezzi dei medicinali da banco (-25/30%) e sulla possibilità di vendere la benzina nei supermercati, cosa che gruppi francesi tentano di fare nel nostro paese nonostante l’opposizione dei petrolieri italiani.

Non solo liberalizzazioni, ma anche politica industriale più generale, e così come non parlare delle aggregazioni di aziende (nonché delle banche). Incalzato da Ramenghi, che ha fato notare giustamente come le fusioni, che stanno ed hanno sempre coinvolto banche, siano carenti per le imprese, rischiando così di creare forti sistemi finanziari che però non servono alle piccole-medie imprese che mancano di investimenti (la quasi totale assenza di nuovi brevetti ne è un esempio). Deludente il discorso di Maccaferri, che ha parlato dell’esperienza emiliana-romagnola in maniera  autobiografica (sviluppo delle aziende familiari da parte dei figli); mentre il discorso del ministro ha colto nel segno il punto distinguendo tra aziende che devono rivolgersi all’estero (siderurgia, chimica ed altre) dove sono necessarie fusioni per creare aziende competitive, ed aziende “domestiche” dove fusioni rischiano di strozzare la concorrenza.

S’è parlato anche di energia dove il ministro ha ribadito la necessità di mantenere le reti a livello pubblico, onde evitare che aziende estere perdano di vista il bene collettivo della salute delle reti, al momento molto precaria (di 100 litri d’acqua solo 30 arrivano al cittadino-consumatore, con conseguente aumento dei costi).

Cofferati mi ha deluso molto sul discorso delle pubblic utilities, egli stesso coinvolto in quanto il Comune di Bologna è azionista di Hera. E così s’è sprecato in discorsi sul fatto che egli ha interesse nel mantenere i prezzi bassi e concorrenziali ed alta qualità del servizio per aumentare i propri clienti privati senza però ricordarsi che la stessa azienda “stranamente” è quella che fornisce i servizi di pulizia delle strade di acqua e gas al Comune ed a tutte le amministrazioni comunali e non solo. Magari per il Comune sarebbe più conveniente un’altra azienda privata in termini di costi, ma la collusione tra il pubblico ed Hera svia dal meccanismo di bando pubblico atto alla diminuzione della spesa pubblica.

Per terminare Ramenghi ha rivolto una sorta di provocazione a Cofferati, il cui passato di sindacalista non è alieno a nessuno, per quanto riguarda pensioni e pubblico impiego (riprendendo peraltro le affermazioni di Ichino sul Corsera). Cose serie il nostro sindaco ha detto sulla possibilità di fornire alle amministrazioni gli stessi strumenti incentivanti l’aumento di produttività dei dipendenti dei privati (minaccia di licenziamento, aumenti salariali ai più meritevoli); peccato che si sia dimenticato del fatto che il numero di dipendenti pubblici sia comunque eccessivo e che sia un costo per tutta la comunità. Il nostro sindaco sembra inoltre avere le idee piuttosto confuse, infatti, tentando un parallelo con Maccaferri, Ramenghi gli ha fatto giustamente notare che “se l’imprenditore ha una persona improduttiva sono fatti suoi, mentre se Cofferati ne ha una, il problema è di tutti perché da tutti noi viene pagato”. Per le pensioni, nessuna critica al suo discorso in merito alla possibilità di scelta, alla libertà di scelta se andare in pensione prima con disincentivi, ma sempre oltre una certa soglia, sulla quale non s’è pronunciato perché non di sua competenza.

Giudizio positivo in generale dell’incontro dialoghi costruttivi ed interessanti. Da segnalare due cose:

  1. Cofferati è quello che ha parlato da un punto di vista retorico in maniera migliore (Maccaferri non è molto abile in questo) ma è anche quello che “le ha sparate più grosse”, mentre Bersani ha usato un linguaggio semplice ma ben comprensibile con richiami anche alla linguistica popolare
  2. Piccola gaffe di Bersani che non riusciva ad aprire la bottiglietta dell’acqua e s’è fatto aiutare da un ben più corpulento Stefanini; cose di poco conto ma buffe.

 

Lenz

DottLenz ha partorito alle 18:26 | linka questo parto | commenti (3)
sabato, 02 settembre 2006

E così sembra finita (al momento) la distruttiva guerra che doveva essere all’inizio solo una “guerra lampo” tra uno degli eserciti più potenti del mondo (quello israeliano) contro un gruppo, un movimento più o meno “legale” che troviamo all’interno del governo libanese eletto democraticamente dal 30% dei libanesi, ma i cui intenti sono molto dubbi legalmente (si propone il recupero delle Fattorie di Sheeba ma dietro ad esso non estraneo l’aiuto di Iran e Siria che affermano la cancellazione di Israele dalla cartina geografica): Hezbollah. La cosa  che lascia perplessi è la presunzione del governo Olmert, che a fronte del rapimento dei suoi soldati, non ha voluto sapere di trattare per vie diplomatiche chiedendo condizioni che sapeva benissimo sarebbe state rifiutate, aprendo così la strada ad un conflitto. Il rapimento ha dato al governo della stella di David, la presunta legittimità all’attacco, inizialmente con razzi (assai meno dispendiosi in termini di perdite umane tra le milizie, per lo Stato ebraico), poi con l’iniziativa di terra, visto che i razzi non sortivano l’effetto desiderato cioè distruggere la milizia dalla bandiera gialla. Presunzione che continua ora anche finite le ostilità grazie alla Risoluzione Onu 1701, invocando una vittoria alquanto dubbiosa. A dire il vero quella israeliana credo sia stata una sconfitta in tutti i sensi: umana, in quanto le quantità industriali di razzi sparati contro il Libano hanno fatto più vittime tra i civili che tra i soldati del “Partito di Dio”; militare, perché le migliaia di soldati israeliani non sono riusciti ad avere la meglio su un migliaio, un migliaio e mezzo di militanti tra le file Hezbollah; economica, perché i Katyuscia libanesi hanno fatto molti danni tra le infrastrutture israeliane del nord e l’offensiva israeliana è stata molto onerosa per le casse pubbliche dello Stato; politica, in quanto la ragione a cui Israele poteva inizialmente fare appello a fronte del rapimento dei suoi soldati, s’è estinta nel momento in cui ha cominciato a bombardare pesantemente il Libano mietendo diverse vittime tra i civili; inoltre il tentativo di depotenziare il consenso Hezbollah con questa tattica ha sortito l’effetto contrario ed ora Olmert deve rispondere davanti alla “Knesset” di diversi errori in questa guerra.

La Risoluzione Onu, che ha posto (momentaneamente?) fine a questo “ginepraio”, viene definita un compromesso. Ma un compromesso è tale, quando a fronte di due o più parti che non concordano su un argomento, esse riescono a convertire su un testo chiaro “venendosi in contro” l’un l’altro. Questo testo è ben lungi da un compromesso dunque, è un covo di ambiguità, di confusione che solo lo stato attuale dell’Onu poteva produrre. Ecco da dove nasce la diffidenza di molti politici, capi militari italiani e non solo: da un lato si parla di disarmo degli Hezbollah, ma dall’altro si afferma che questo compito spetta all’esercito libanese (cosa le truppe Onu possano fare se scoprono un camion Hezbollah pieno di missili e il conducente rifiuta di fermarsi è mistero). Il rischio è che vengano mandate 15mila truppe (molto probabilmente meno) senza regole di ingaggio chiare, e che si traduca in una presenza per nulla stabilizzante la regione, simile alla precedente missione Unifil in Libano. Altro elemento che aumenta lo scetticismo verso questa missione è l’imponente stato burocratico a cui i comandanti devono far fronte, senza assoluta libertà d’azione e conseguentemente decisioni molto lente, elemento deleterio all’interno dell’esercito. Non sono estranee performance da dimenticare delle missioni del Palazzo di vetro: la più eclatante, fu quella in cui un comandante scoppiò in lacrime perché non poteva agire, causa impasse burocratico, mentre la gente si massacrava tra loro. Non voglio criticare la scelta di questo governo (sostenuto peraltro anche dall’opposizione) nel partecipare a questa missione, in quanto se può servire a stabilizzare l’intera regione e nel contempo ad aumentare il prestigio internazionale del nostro paese, ben venga; ma ci devono essere regole d’ingaggio ed obbiettivi chiari, un mandato chiaro anche se si tratta di un compromesso tra gli interessi delle diverse parti, che possa bloccare le ostilità crescenti e mai sopite di questa area. Un passo positivo sembra essere stato fatto con l’istituzione di un ufficio che segua le mosse dell’area, la cui guida è stata peraltro affidata ad un generale italiano (Castagnetti) che criticava la burocrazia del Palazzo di Vetro.

Lode inoltre, al nostro Ministro degli Esteri ed il nostro Presidente del Consiglio che hanno tenuto insieme il fronte degli Stati decisi a mandare truppe, che si stava sfaldando (Francia in testa) e che hanno mantenuto un atteggiamento imparziale (non troppo a favore di Israele, né del Libano) nei colloqui internazionali. Atteggiamento che da un lato mi sembra il più corretto per avviare un dialogo costruttivo per risolvere la questione “civilmente” (per esempio facendo diventare questo movimento un partito legale); e dall’altro garantirà  maggiore sicurezza alle nostre (e non solo) truppe, viste come truppe non di parte (pro USA o Israele) e quindi non “di occupazione”. Del resto s’è visto come la strategia Cespuglio della forza abbia fallito.

Chiudo esprimendo il mio totale rifiuto nei confronti dello Stato attuale dell’Onu che, come aveva definito un personale dello staff presidenziale, “assomiglia di più ad un bazar mediorientale, che ad una riunione tra gli Stati più potenti al mondo” in quanto ciascuno si reca al Palazzo di vetro, non con in testa il bene del pianeta, bensì gli interessi economici del proprio paese, senz’altro importanti, ma mai quanto la vita di sei miliardi di persone. Detto da uno che sposa in parte le tesi filosofico-strutturali di Marx (l’economia è la struttura, il resto è sovrastruttura) vuol dire che è denso di significato. Inoltre, come scriveva Legatus qualche settimana fa sul Riformista, il ruolo dell’Onu è cambiato in seguito al cambiamento degli assi geopolitici con il crollo dell’URSS. Prima, con il c.d. “Equilibrio del terrore”, l’Onu aveva il compito di evitare che gli scontri assumessero dimensioni insostenibili, tentava e riusciva a sedare le ostilità; ma ora, con un unipolarismo sbilanciato, le missioni di peace-keeping o peace-enforcing stanno sempre più confondendosi, e se le prime missioni costavano assai poco in termini di vite umane (grazie a regole più chiare e meno elefanteschi apparati burocratici), ora diventano sempre più pericolose; ma è necessario farlo capire all’opinione pubblica, in modo che possa essere preventivato il costo (più elevato ora) e l’eventuale beneficio in una logica di costi-benefici; per decidere se inviare o meno i nostri ragazzi.


Lenz

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